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Perché la Germania ci penalizza

Perché la Germania ci penalizza

Il tasso di cambio dell’euro è arrivato a 1,22, dopo avere toccato alcuni mesi fa la parità con il dollaro. C’è chi prevede che arriverà a 1,30. E’ naturale la domanda sulle cause e sugli effetti di questa forza della moneta unica sul dollaro.

Sul piano teorico, le cause della determinazione del tasso di cambio sono molte e vengono qui solo accennate per concentraci sugli aspetti pratici. Ricordiamo l’approccio delle parità dei poteri d’acquisto, l’approccio elasticità, l’approccio delle parità dei tassi di interesse, l’approccio di portafoglio, l’approccio del differenziale dei tassi di interesse reali.

La prima causa che viene in mente della forza dell’euro sul dollaro è il forte avanzo sull’estero della bilancia commerciale tedesca, pari attualmente a circa il 10% del prodotto interno lordo della Germania. La Germania rappresenta, come è noto, l’economia più importante dei Paesi dell’Unione Europea. L’Unione Europea consente una percentuale massima dell’avanzo della bilancia commerciale sul prodotto interno lordo pari al 6% che i tedeschi disattendono sistematicamente. La Germania è un grande paese esportatore e le sue esportazioni rappresentano circa un terzo del prodotto interno lordo.

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In teoria, la forza dell’euro sul dollaro dovrebbe favorire il riequilibrio della bilancia commerciale tedesca, ma per la Germania non valgono, o valgono poco, le condizioni di Marshall-Lerner sulle elasticità critiche. Tali condizioni stabiliscono che per il riequilibrio della bilancia commerciale il valore assoluto della somma delle elasticità delle esportazioni e delle importazioni rispetto al tasso di cambio deve essere superiore a uno. Ciò non avviene perché le esportazioni tedesche sono molto rigide rispetto al tasso di cambio (valore dell’elasticità vicino allo zero). Alla Germania questo non dispiace, ma dispiace molto agli altri paesi esportatori netti di merci come è il caso dell’Italia. All’Italia sarebbe molto più comodo un tasso di cambio di parità con il dollaro, con un sensibile miglioramento della competitività di prezzo che va a compensare gli altri fattori di riduzione della competitività. La Germania è favorevole ad un euro forte anche perché questo limita fortemente, via cambio, l’inflazione importata, a cui i tedeschi sono storicamente avversi dopo la grande inflazione degli anni trenta con il crollo del marco.

E’ opportuno allora affrontare il problema sul lato macroeconomico delle quantità, appuntando l’attenzione sulle grandi variabili della contabilità nazionale. Da questa ottica, il grande avanzo della bilancia commerciale tedesca significa che il paese sta vivendo al di sotto delle sue possibilità, con un eccesso dei risparmi sugli investimenti e sulla spesa pubblica. Per riequilibrare la bilancia commerciale occorre allora aumentare i consumi interni, gli investimenti e la spesa pubblica, cioè la domanda aggregata. Tale politica aumenterebbe naturalmente in modo forte le importazioni dagli altri paesi, con una funzione di locomotiva da parte della Germania delle economie degli altri paesi dell’Unione Europea, soprattutto di quelli del Sud come l’Italia.

In questo quadro macroeconomico, una domanda che è interessante porci è la seguente: quanti immigrati potrebbe accogliere la Germania per riportare il saldo positivo della bilancia commerciale con l’estero dal 10 al 6% del prodotto interno lordo nell’arco, ad esempio, di cinque anni? Sotto determinate condizioni, risulta che per raggiungere il limite del 6% stabilito dall’Unione Europea, la Germania dovrebbe ricevere ogni anno circa 600 mila immigrati. Come si vede, si tratta di un numero che è un terzo del limite concordato per l’immigrazione nel recente accordo di Governo di grande coalizione guidato dalla Merkel (200 mila).

Si desidera ora soffermarci sugli effetti della forza dell’euro sulle diverse forme di internazionalizzazione. Ci riferiamo, salendo dal basso verso l’alto, alle esportazioni, agli accordi di collaborazione sul piano tecnico, produttivo e commerciale con imprese estere, allo scambio di brevetti e licenze, agli investimenti di penetrazione commerciale all’estero, agli investimenti diretti esteri.

Naturalmente il tasso di cambio ha effetti diversi, a seconda del suo livello, sulle forme di internazionalizzazione che abbiamo ricordato. Ad esempio, un tasso di cambio forte dell’euro tende a penalizzare le esportazioni, in relazione alla loro elasticità di prezzo, e a favorire gli investimenti diretti esteri in uscita. Facciamo due esempi abbastanza recenti. Sappiamo che la tedesca Bayer ha acquisito per 66 miliardi di dollari l’americana Monsanto. Agli attuali tassi di cambio dell’euro sul dollaro, la Bayer ha risparmiato più di 13 miliardi di dollari rispetto ad alcuni mesi fa quando il tasso di cambio tra le due monete era vicino alla parità. Più recentemente, la Ferrero ha acquisito dalla Nestlè tutta la linea dolciaria posseduta negli Stati Uniti d’America per 2,8 miliardi di dollari. In questo caso, il risparmio per la Ferrero può essere quantificato in circa 600 milioni di euro.

L’evidenza empirica mostra che le imprese che hanno un modello di internazionalizzazione articolato, focalizzato non solo sulle esportazioni ma sulle diverse forme che abbiamo illustrato, presentano una combinazione rendimento-rischio migliore rispetto alla linea di mercato.

Tiriamo infine alcune conclusioni dal tema qui affrontato.

Primo punto: la Germania desidera mantenere apprezzato il tasso di cambio dell’euro rispetto al dollaro per non allargare ulteriormente l’avanzo della bilancia commerciale con l’estero, ormai lontano dal limite consentito del 6% rispetto al prodotto interno lordo. Questo naturalmente penalizza gli altri paesi con alta propensione all’esportazione come l’Italia.

Secondo: un tasso di cambio apprezzato dell’euro diminuisce fortemente le spinte dell’inflazione importata.

Terzo: la Germania non ha nessuna voglia di fare da locomotiva delle economie degli altri Paesi dell’Unione Europea, soprattutto di quelli del Sud come l’Italia. Rimane quindi aperto nell’Unione Europea il grosso problema dell’accumulazione e dello sviluppo e quindi del suo finanziamento. Senza un programma preciso in questo campo l’Europa non ha futuro.

Quarto: la Germania è disposta ad accogliere un numero di immigrati di gran lunga inferiore a quello che sarebbe possibile per ridurre il grande eccesso di risparmio sugli investimenti e sulla spesa pubblica, riducendo il suo enorme avanzo commerciale sull’estero.

Giovanni Scanagatta

Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti (UCID)

Roma, 5 febbraio 2018